La nostra Patria Europa

4 Novembre 1950

Discorso di De Gasperi "agli europeisti"

Ho accolto volentieri e con un senso di intimo convincimento l’invito rivoltomi a partecipare a questa riunione e di aderire con la mia firma alla campagna per l’Europa unita e per la pace che con tanto slancio avete condotta e state ora per concludere. È con profondo convincimento che io, come privato cittadino e come italiano, vengo qui tra voi per esternare in forma concreta l’aspirazione che io, noi tutti e tanti italiani sentiamo, sia pure in forme diverse, all’unione o alla federazione dell’Europa; il bisogno che noi sentiamo in modo così perentorio di giungere ad una forma unitaria di questa nostra Europa per consolidarne le conquiste sociali e le forme democratiche per le quali lavoriamo così duramente e per assicurarne così la pace. C’è anzitutto un bilancio da fare.

Ciò che fu il sogno di grandi statisti e pensatori nel passato è divenuto in un breve scorcio di anni una realtà – sia pure in embrione, sia pure in una forma assai imperfetta, ma sempre una realtà. Ed è qui a poche centinaia di metri da noi, dove in seno agli organi del Consiglio d’Europa gli esponenti più autorevoli delle nazioni europee proseguono in forma ufficiale e formale i loro lavori per attuare questa esigenza così profondamente sentita in ciascuno dei loro paesi. Noi qui invece rappresentiamo l’opinione pubblica, rappresentiamo la volontà dei popoli, che agisce e continua, non mai soddisfatta, ad agire sui governi e sui parlamenti e impone loro la discussione dei problemi e l’attuazione, nelle forme possibili, dei nostri progetti. Ed è qui la questione: ho detto all’inizio che noi e tutti gli europeisti sentiamo in forme diverse l’esigenza e il modo dell’unione. Ed è bene che vi sia questa diversità d’opinione, di metodo, di programma strutturale, poiché, attraverso la discussione e l’esame delle varie possibilità, potremo anzitutto affinare noi stessi e potremo con l’esperienza, fissare quanto vi è di essenziale per lo scopo comune.

Bene vengano quindi le diverse concezioni dell’Europa unita, che si esprimono nei vari movimenti; ma guardiamoci, se vogliamo essere uomini ed europeisti responsabili, dall’irrigidirci sul raggiungimento immediato di determinate formule o strutture. Collaboriamo insieme tutti per risolvere le innegabili difficoltà e fissare le migliori formule (anche perché non si dica che quando già l’Europa sarà unita, gli europeisti non lo saranno ancora). Insegni soprattutto l’esperimento di Strasburgo: dopo i primi entusiasmi, si è avvertito un disagio, effetto dei primi ostacoli, delle prime difficoltà. Per unirsi, occorre, è evidente, che ciascuno faccia concessioni e rinunce, ma ognuno ha posizioni da difendere, alcune forse che con un più chiaro discernimento del comune pericolo non sarebbe tanto difficile da abbandonare, altre invece che sono la risultante di situazioni geografiche o politiche effettivamente non sempre modificabili a breve termine.

Ed allora occorre aggirare questi ostacoli; in questi giorni infatti vengono proposte al Comitato dei Ministri le così dette intese regionali, cioè parziali per regioni o per materia; è anzi di soddisfazione per noi poter qui registrare la proposta che il nostro Ministro degli Esteri sosterrà a nome del Governo Italiano, intesa a convocare una conferenza che dovrebbe portare a riforme dello Statuto di Strasburgo. Proposta cui si uniscono molti altri Governi e a cui auguriamo successo.

Il contatto con le difficoltà rende realisti; è il nostro compito affiancare e stimolare l’opinione pubblica che a sua volta agisce sui Parlamenti e sui Governi. Ma guardiamo in faccia e studiamo bene gli ostacoli e le difficoltà; siamo tattici; se necessario, evitiamo qualche volta di insistere sul raggiungimento, come meta immediata, di ideali giudicati o dimostratisi per il momento irraggiungibili e in cui l’opinione pubblica, e quindi anche i Governi, non ci seguirebbero. Studiamo invece altre possibilità e proponiamole; se no rischieremmo noi stessi, non già di promuovere, ma di contribuire all’insabbiamento dei nostri progetti, creandovi o incoraggiandovi le opposizioni. Il nostro compito e le nostre responsabilità sono immani.

Noi vogliamo veramente la pace e, mentre diciamo di volerla, lavoriamo per unire l’Europa; altri, mentre dicono anch’essi di raccogliere firme per l’abolizione della bomba atomica e per assicurare la pace, lavorano per dividere il mondo. Essi lavorano contro la pace nel modo più esplicito ed efficace, cioè facendo la guerra; guerra interna con le agitazioni politiche ed il sabotaggio della produzione e della ricostruzione, guerra esterna che è guerra guerreggiata di aggressione armata. Questa campagna si chiude, queste firme verranno presentate al Parlamento, ma ciascuno di noi ha il dovere di continuare a promuovere il fine che ci anima, e per il quale ormai governi e popoli lavorano. Continui ciascuno di noi, lo spirito teso alla forma di Europa che più lo ispira, ma la mente intenta invece a studiare la migliore, la più pratica e la più immediata attuazione di quel suo ideale, a proclamare e sempre ripetere lo slogan che ci ha animati sin dall’inizio: pace nell’Europa unita.

(AADG, Affari Esteri, X, b, 6)