
Intervento al convegno “De Gasperi, Schuman e le origini del progetto europeo“, organizzato dalla Fondazione de Gasperi a Parigi, il 15 gennaio 2025, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura.
Uscendo dal Quai d’Orsay dov’era entrato nel 1948 da Ministro degli Esteri sotto nove diversi governi (un record nella turbolenta vita della Quarta Repubblica), Schuman si accomiatava dal collega e amico De Gasperi scrivendo: “Ci siamo incontrati tardi nella vita, ma la nostra amicizia è stata profonda e senza riserve. Vi eravamo senza dubbio predestinati in un momento in cui veniva predefinita una nuova politica per i nostri Paesi“. Era il febbraio del 1953. Pochi mesi dopo, finirà anche l’esperienza governativa di De Gasperi, Ministro degli Esteri prima e poi Presidente del Consiglio dal 1944 sino al luglio del 1953.
Incontrati tardi certo, ma quell’amicizia fu così “senza riserve” perché fondata su esperienze di vita e aspirazioni comuni1.
Schuman diventa cittadino francese a trentadue anni. Lorenese, era stato tedesco fino al 1918, si era laureato a Berlino. Viene eletto alla Chambre des deputés nel 1919 ed entra nella politica francese, mentre De Gasperi – nato cittadino austroungarico – passava dal Parlamento di Vienna a quello di Roma a trentotto anni.
Rappresentano entrambi l’elettorato cattolico delle loro regioni (la Lorena e il Trentino). Entrambi si battono per garantire in due Stati laici e centralisti l’autonomia di piccole patrie, le loro tradizioni2. Questo impegno aveva segnato già l’esperienza di De Gasperi, giovane deputato nel Parlamento di Vienna dal 19113.
È un percorso politico e umano parallelo insomma quello di questi due uomini che non si conoscevano, ma che avevano tante letture ed esperienze comuni.4.
Parallela per certi versi anche la loro esperienza nei momenti drammatici che i due Paesi vivono negli anni successivi.
De Gasperi, per tenere unito il gruppo del Partito popolare, ritenne possibile in un primo momento la collaborazione con i fascisti votando a favore del primo ministero Mussolini. Quasi vent’anni dopo Schuman, nella Francia invasa e sconfitta, fu uno dei 549 parlamentari che votò i pieni poteri al Maresciallo Pétain. Quando il regime fascista mostrò il vero volto con l’omicidio di Matteotti, De Gasperi si collocò nettamente all’opposizione; fu prima arrestato e poi attraversò tutti gli anni seguenti fino alla liberazione, nella Biblioteca vaticana. Schuman fu incarcerato dai nazisti nel settembre del 1940 e poi confinato in Germania; sfuggì per miracolo alla deportazione nei campi di concentramento.
Furono anni per entrambi di letture, di studio e di riflessioni solitarie5.
Finita la guerra, i due statisti, furono protagonisti della rinascita democratica dei loro paesi contribuendo a fondare partiti, (la Democrazia cristiana e il Mouvement républicain populaire) che avevano le loro radici nella grande tradizione del cattolicesimo liberale e democratico. Entrambi erano cristiano- sociali.6
Il loro primo incontro è a novembre del 1948.
De Gasperi era a Bruxelles su invito del comitato per le Grandes Conferences Catholiques. Tenne un discorso su “Le basi morali delle democrazie”. In quell’occasione De Gasperi affermò «Lo spirito di solidarietà europea potrà creare, in diversi settori, diversi strumenti di salvaguardia e di difesa, ma la prima difesa della pace sta nello sforzo unitario che, comprendendo anche la Germania, eliminerà il pericolo della guerra di rivincita e di rappresaglia».
Il successo di questa manifestazione spinse l’ambasciatore d’Italia Quaroni a organizzare un incontro a Parigi con Schuman7. De Gasperi non era felice di andare a Parigi, aveva il ricordo della fredda accoglienza alla Conferenza sul trattato di pace. L’incontro con conoscenza di Schuman fu decisivo per entrambi. Ricorda De Gasperi nei suoi appunti: “Chiaro, concreto, confortante il colloquio con Schuman che mi è parso uomo di notevole rilievo e di informazione ampia e controllata. Dichiarò che la Francia, quando lo desiderassimo, era pronta ad appoggiare la nostra adesione al Patto di Bruxelles o a favorire qualsiasi altra forma di collaborazione che noi, con l’assenso dell’America, desiderassimo. Promise di tenerci informati in leale amicizia, delle opportunità o tempestività di qualsiasi iniziativa volessimo prendere. Ammise che l’Inghilterra è sempre la prima a mettere in sospetto il continentalismo: ‘L’interesse della Francia alla difesa verso Est è troppo evidente perché non avvertissimo l’importanza dell’apporto italiano‘. Ritiene che i nostri paesi hanno lo stesso modo di vedere la Germania: necessità di strapparla alle seduzioni nazionalistiche o comuniste e, d’altro canto, necessità di essere cauti“.
Si avviò così una collaborazione tra i due uomini e quindi tra i due governi che si rivelò determinante per la costruzione europea8.
A dicembre del 1948 Schuman invitò il ministro degli esteri italiano Carlo Sforza a Cannes. Un incontro decisivo, che risolse tutte le questioni tra i due paesi, definì un progetto di unione doganale tra Italia e Francia, primo passo per la edificazione di uno spazio comune9.
Fu Schuman nei mesi successivi a tenere pienamente informata le autorità italiane della preparazione del Patto atlantico. In tutte le trattative, sino alla conclusione, il supporto francese fu, così, essenziale per la partecipazione dell’Italia, tra i paesi che per primi diedero vita all’Alleanza Atlantica10.
In questo clima di fiducia l’Italia fu il primo paese ad aderire alla proposta di Schuman del 9 maggio 1950. Era chiaro che quello era il primo serio tentativo di avere nell’Europa moderna una autorità sopra nazionale.
Cruciale fu poi la spinta degli Stati Uniti11.
Di nuovo da Parigi, pochi mesi dopo ad ottobre, partì un’altra iniziativa: quella dell’esercito europeo. È il piano Pleven. Di questo lo stesso Pleven, De Gasperi, Schuman e Sforza discutono in un vertice franco italiano a Santa Margherita in Liguria il 12 e 13 febbraio del 1951. In quei giorni “l’incontro di De Gasperi e Schuman andò oltre le ragioni occasionali e quelle politiche. La spiritualità che era parte viva in tutti e due diede alla loro intelligenza e volontà di pace una profondità e un impegno che superò facilmente le contingenze per affrontare i problemi più vasti“12. Così furono poste le basi per provare a far fare un salto di qualità al processo di integrazione13.
Due giorni dopo a Parigi si apriva infatti la Conferenza intergovernativa che doveva studiare la struttura dell’esercito europeo. Grandi erano i problemi, a partire dalla questione finanziaria. De Gasperi, in un celebre discorso all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa del 10 dicembre del 1951, parlò della necessità di “creare uno stabile ponte tra nazioni”, poggiato su due pilastri “il principale pilastro deve essere rappresentato da un corpo eletto comune deliberante, anche con attribuzioni di decisioni e di controllo rispetto a ciò che è amministrato in comune (…). Il secondo pilastro sarebbe costituito da un bilancio comune che tragga in parte considerevole le sue entrate da un sistema di tassazione”.
Nella stessa occasione Schuman poneva la questione della necessità di una integrazione politica in termini analoghi: “Nous voyons qu’un véritable transfert de souveraineté s’appliquant au seul exécutif ne suffirait pas dans le cas de l’armée européenne. Il faudrait en même temps créer un parlement commun et des ressources communes“.
De Gasperi con lucidità vedeva già allora le difficoltà di un’istanza sovranazionale finanziata essenzialmente da contributi nazionali. “La storia ci insegna – affermava De Gasperi – che la forma di contribuzione degli Stati, come sistema esclusivo per sopportare spese comuni può provocare pericolose divergenze e contenere germi di dissoluzione“.
Il giorno seguente De Gasperi, che nel frattempo aveva assunto anche la carica di Ministro degli Esteri, prese parte insieme a Schuman alla Conferenza dei sei Ministri degli Esteri che stava elaborando il testo del trattato. Il suo impegno in quella sessione e nelle riunioni dei mesi successivi fu tutto sugli aspetti politici della integrazione: sua la richiesta di affidare un mandato costituente all’Assemblea parlamentare della CED.
Le resistenze dei Paesi del Benelux furono superate solo grazie al sostegno e alla capacità negoziale di Schuman. Fu proprio Schuman a proporre la formulazione del testo, che poi diventerà l’articolo 38 del Trattato della CED, in cui si incaricava l’Assemblea parlamentare della CECA di occuparsi di una organisation de caractère definitif (…) conçue de manière à pouvoir constituer un des éléments d’une structure fédérale ou confédérale ultérieure, fondée sur le principe de la séparation des pouvoirs et comportant, en particulier, un système représentatif bicaméral. L’articolo 38 fissava tappe e tempi di questa fase costituente: l’Assemblea avrebbe formulato le sue proposte nel giro di sei mesi, queste sarebbero state trasmesse ai governi degli stati membri che nell’arco di tre mesi avrebbero dovuto convocare una Conferenza intergovernativa incaricata di esaminarle.
Si ponevano le basi di una vera e propria fase costituente.
Parlando di nuovo all’Assemblea del Consiglio d’Europa nel settembre del ’52 De Gasperi ricordava come “subito dopo la firma del Trattato istitutivo della CED (firmato il 27 maggio del 1952) il signor Schuman e io ci siamo messi immediatamente in contatto per concretare una proposta comune da sottoporre ai nostri colleghi (…) per la creazione di un’autorità politica europea aperta a tutti i Paesi“.
Ma questi due grandi protagonisti della vita europea stavano per uscire di scena: Schuman termina la sua esperienza alla guida del ministero degli esteri all’inizio del 1953 e De Gasperi lascerà la guida del governo italiano nell’estate di quello stesso anno.
In Italia il nuovo governo tardò a presentare il disegno di legge di ratifica del Trattato alle Camere che fu invece ratificato dalla Germania, dal Belgio, dall’Olanda e dal Lussemburgo. Nel frattempo in Francia il 30 agosto del 1954 davanti a un fronte crescente di oppositori – i comunisti, i gollisti e una parte del gruppo socialista – la CED cadde bruscamente a causa di un voto procedurale (319 contro 264).
Era il 30 agosto del 1954. De Gasperi era morto undici giorni prima e sino all’ultimo pur gravemente malato non si era risparmiato per trovare delle soluzioni. Una delle sue ultime lettere fu proprio indirizzata a Schuman pregandolo di accettare la carica di Presidente del Movimento federalista europeo.
Schuman che si era impegnato sino all’ultimo nella battaglia per la ratifica del Trattato, anni dopo, alla vigilia della sua scomparsa scrisse: nel processo di integrazione europea “«“il y a lieu de procéder par étapes, dans des secteurs psychologiquement mûrs et où des facilités techniques particulières laissent prévoir un résultat spectaculaire ». Nel caso della CED ammise che « on n’est pas toujours maître des choix à faire ni de l’ordre d’urgence des problèmes(…) ; la CED conçue pour éviter la reconstitution d’une armée nationale allemande, de son état-major, fut prématurément imposée à l’opinion publique par le blocus de Berlin et la guerre de Corée. Il faut préparer les esprits à accepter les solutions européennes en combattant partout non seulement les prétentions à l’hégémonie et la croyance à la supériorité, mais les étroitesses du nationalisme politique, du protectionnisme autarcique et de l’isolationnisme culturel“14.
La caduta della CED in Francia segnò il tramonto del centro democristiano e più in generale di una classe politica che aveva visto in una vera condivisione di sovranità la chiave del nuovo ruolo internazionale del proprio paese.15 Il riarmo della Germania si realizzò, invece che nel quadro di un esercito europeo – come sarebbe stato più coerente con l’interesse nazionale francese -, in un esercito nazionale tedesco nel quadro atlantico.
Oggi forse l’opinione pubblica europea, di fronte alla guerra ai confini della nostra Unione, e alle sfide poste dall’alleato americano,16 è matura e pronta per un passo più coraggioso.
Ricordando l’esperienza di quegli anni e proprio l’incontro con De Gasperi, Schuman ebbe a scrivere: “Je me demande parfois comment la prudence réaliste du lorrain que je suis a pu se concilier avec tant de témérité“.
Ma dopo i disastri di due conflitti mondiali era chiaro per lui, come per De Gasperi, che “il fallait radicalement changer des visions“. Con queste parole François Bayrou, nel 2007 presentando a Strasburgo la sua candidatura alla Presidenza della Repubblica, ha voluto rendere omaggio a Robert Schuman; a “la mémoire de cet homme humble, avec un grand idéal, une grande ambition pour son pays, un homme humble, n’aimant pas les ors de la République détestant les voitures de fonction, refusant les gardes du corps. Il montait à Paris de sa Moselle par le train avec un sandwich qu’il avait entouré dans du papier sulférisé et qu’il mangeait et, dans sa serviette, à côté du sandwich, il y avait les dossiers les plus extraordinaires que l’Humanité ait connu ces derniers millénaires.“. Oggi, in un momento particolarmente complesso della vita pubblica francese, è stato chiamato a guidare il governo un uomo che da sempre ha rivendicato una filiazione politica, intellettuale e spirituale con Robert Schuman17.
Certo le difficoltà in cui si muove il suo governo sono grandi e tuttavia, proprio perché erede diretto della tradizione democratico cristiana, ci vogliamo augurare che possa prendere un’iniziativa forte, magari insieme al nuovo governo tedesco alla cui guida compete, un leader politico renano che rivendica l’eredità del cancelliere Adenauer. Un’iniziativa politica europea all’altezza delle sfide dei tempi che, che possa partire da Parigi, recuperando alla Francia quel ruolo di essenziale promotore dell’integrazione europea che ebbe con Schuman18.
Nello stesso discorso di Strasburgo del 2007 Bayrou, ha detto, citando Charles Péguy “tout commence en mystique et tout finit en politique et là, pourl’Europe, tout a commencé en mystique et peu à peu, nous l’avons laissé s’éloigner en technocratie. Peu à peu, sans nous en apercevoir, à partir de bonnes intentions, nous avons laissé le grand idéal euorpéen se réserver ou n’être controlé que par des experts.”19
Servono oggi più che mai leader politici che sappiano alzare lo sguardo dai problemi di ogni giorno. Che sappiano indicare ai nostri cittadini un grande obiettivo e convincere le opinioni pubbliche nazionali su un progetto ambizioso, come fu quello di un esercito europeo, inserito nella NATO20.
Ambizioso ma anche realistico.
Il testo di quel trattato si apriva infatti con la consapevolezza che l’integrazione delle forze armate europee “aboutira à l’emploi le plus rationnel et le plus économique des ressources de leurs pays, en particulier grâce à l’établissement d’un budget commun et de programmes d’armement communs.”, così da “assurer le développement de leur force militaire sans qu’il soit porté attente au progrès social”. 21
De Gasperi volle chiudere il suo discorso a Strasburgo nel 1951 con queste parole: “È vero che ognuno di noi ha nel suo paese problemi che lo incalzano da tutti i lati, è vero che alcuni potrebbero desiderare di perseguire quest’opera di coordinamento in altri settori più facili, ma ciascuno sente che questa è l’occasione che passa e non tornerà più. Bisogna afferrarla ed inserirla nella logica della storia. Dopo aver dunque reso omaggio agli uomini coraggiosi che hanno iniziato questa opera e l’hanno fatta progredire – e qui De Gasperi si rivolgeva in primo luogo a Schuman –, io penso che sia tempo ora di esortarci tutti a compierla. È assolutamente necessario che il nostro compito non fallisca, e che trovi nei nostri paesi la collaborazione di tutte le forze democratiche e di rinnovamento sociale, e ridia nello stesso tempo in tutti i nostri amici, particolarmente in America, la fede nei destini dell’Europa».
Un messaggio più attuale che mai.

NOTE
1 Di De Gasperi a un amico Schuman scriveva “J’ai un grande confiance en M. De Gasperi, qui a les piedes sur terre et qui pourrais etres de “chez nous”; Schuman facendo così allusione all’educazione tedesca del politico italiano”.
2 I primi interventi parlamentari di Schuman sono a difesa delle specificità del diritto locale lorenese. In un suo discorso affermò: “il s’agit d’institutions qui présentent, par rapport aux règles correspondantes de notre loi, une supériorité manifeste. Il ne pouvait être question d’en priver brutalement les départements recouvrés; il fallait les conserver, en les adaptant à l’ensemble du Code civil introduit, pour voir, si dans un prochain avenir, la législation française s’en inspirera”.
3 Già allora De Gasperi in modo originale guardava alla congiunzione della questione “nazionale” con quella “europea”; le sue polemiche con l’irredentismo di Battisti furono malamente strumentalizzate dai fascisti prima e poi nel dopoguerra. Alla viglia del secondo conflitto mondiale, nel 1938, riflettendo sul carattere multietnico dell’Europa centrale e orientale, già richiamava la necessità di affidarsi a un organismo sovranazionale per garantire “un diritto delle minoranze” in quelle isole e zone miste presenti all’interno dei nuovi stati risultati dal disfacimento dell’impero austro-ungarico.
La battaglia per l’autonomia e il decentramento sarà parte del programma del Partito popolare di cui De Gasperi fu uno dei fondatori. Il problema dell’autonomia trentina veniva quindi inserito da De Gasperi nel più ampio contesto dell’organizzazione dello stato che avrebbe dovuto avere come centro lo sviluppo delle persone e della comunità. Si veda sul punto Daniela Preda, Alcide De Gasperi federalista europea, Bologna, 2004, pp. 90 e ss.
4 Ritroviamo addirittura negli scritti di De Gasperi una piena conoscenza della situazione dell’Alsazia e della Lorena: di come queste regioni erano riuscite a conquistare un’ampia autonomia Ricordando quella esperienza De Gasperi contestò l’iniziale atteggiamento dell’amministrazione italiana; ebbe a scrivere in un articolo pubblicato nel 1919 “la nostra redenzione politica non significa passaggio da un dominio ad un altro dominio, ma liberazione da una signoria per venire assunti in una famiglia di fratelli e d’eguali” Si veda: Contro la censura, in Il nuovo Trentino, 10 aprile 1919.
5 Tra le poche letture consentite in carcere qualche volume della storia dei papi dello storico tedesco Ludwig Pastor: un’opera alla cui traduzione in italiano lavorava per procurarsi da vivere in quegli anni De Gasperi
6 Dal 1919 Schuman era in contatto con i dirigenti delle Semaines sociales, di cui seguiva fedelmente le sedute e spesso interveniva. In un discorso del 1922 alle Giornate sociali della gioventù cattolica lorenese, Schuman concluse con una presentazione della dottrina dei cattolici sociali che chiedono allo Stato « une intervention subsidiaire, ayant pour but d’aider et de compléter l’initiative private ». E concluse con un elogio del cattolicesimo “qui survit à tous les systèmes humains et sait s’adapter à tous les besoins”. L’orientamento cristiano-sociale di Schuman era in linea con le encicliche Rerum novarum e Quadragesimo anno. Sappiamo che Schuman ebbe un colloquio a Parigi, il 30 marzo 1925, con don Sturzo, il fondatore del Partito popolare italiano, obbligato all’esilio dal regime fascista. Con i parlamentari cattolici, Robert Schuman partecipò alle celebrazioni di Giovanna d’Arco a Rouen, poi si recò a Roma il 15 e 16 maggio 1920 per le cerimonie della sua canonizzazione. Sappiamo che era già stato a Roma nel 1909 con sua madre per la beatificazione di Giovanna e che dedicò alla sua “compatriot lorraine” un vero e proprio culto. Viene a Roma per il Giubileo del 1925 e ritornerà nella capitale italiana più volte negli anni successivi. Così scriveva: « Je gagne mon indulgence jubilair au milieu des innombrables émotions que procure tout séjour à Rome. […] Rome reste éternellement l’unique. » Sarebbe interessante esaminare i rapporti che aveva instaurato a Roma tra i francesi e i membri della curia. Da giovane conobbe Eugène Tisserant, futuro cardinale, di cui si era informato nel 1920 sull’indirizzo romano. Tisserant, lorenese come Schuman, che negli anni trenta come proprefetto della Biblioteca Vaticana fu particolarmente vicino a De Gasperi come ricorda Alberto Melloni, A. Melloni, Alcide De Gasperi alla Biblioteca Vaticana (1929-1943), in Alcide De Gasperi: un percorso europeo, Bologna, 2005, p. 141 ss.
7 V. D. Preda, op. cit., pp. 369 e ss., e P. Quaroni, in Il mondo di un ambasciatore, Ferro edizioni, Milano, 1965, p. 246 e ss. Scrive: “non m’era stato facile convincere De Gasperi di fermarsi a Parigi. Il trattamento che gli era stato fatto a Parigi durante le famose trattative per il Trattato pace, lo aveva fortemente offeso, nel suo intimo. Gliene era rimasta come una forma di diffidenza quasi morbosa, e non mi voleva credere quando l’assicuravo che l’atmosfera cominciava già ad essere ben differente.
Il treno da Bruxelles era arrivato con un solido ritardo: De Gasperi era rapido nel cambiarsi, ma comunque non si può passare in cinque minuti dall’abito da viaggio al frac: gli ospiti erano già arrivati.
« Sa che sono veramente emozionato all’idea di incontrare De Gasperi», mi disse Schuman con il suo accento pacato: e c’era veramente negli occhi e chiari come una luce curiosa che non gli avevo mai visto iniziarono poi a parlare, a lungo, in un angolo del salotto blu dell’Ambasciata. Curioso contrasto: il Profilo adunco, quasi aggressivo di De Gasperi, va adattarsi al profilo concavo di Schuman: la fronte in fuori, un po’ prominente, il naso rientrante a ciabatta, diremmo, la bocca larga e sottile poi, all’improvviso il mento aggressivo, proiettato in avanti. Si guardavano tutti e due, fissi: De Gasperi con il suo sguardo al di sopra degli occhiali, tipico di quando stava prendendo le misure di qualcuno; Schuman, come rientrato in sé stesso, un po’ dal sotto in su. Le mani di De Gasperi, quella sera, erano come scatenate, tagliavano secche l’aria in tutte le direzioni; le mani di Schuman poggiavano immobili, larghe, nodose, adunche, sulle ginocchia. La calma imperturbabile di Schuman: non l’ho mai visto perdere la pazienza o alzare la voce, sempre freddo, paziente, cortese, nella conversazione privata, davanti ai giornalisti, davanti al Parlamento, un Parlamento che non è stato sempre facile né benevolo per lui.”
8 Nous avons vécu longtemps à la frontière de nos pensées nationales; nous avons réfléchi de la même manière et nous comprenons les problèmes actuels, aussi de la même manière“, così De Gasperi commentò l’incontro con Schuman, parlando con il Capo del protocollo al Ministero degli Esteri francese, Jacques Dumaine. Cfr. Jacques Dumaine, Quai d’Orsay 1947-1951, Paris, Julliard, 1955, pp. 336-337.
9 C. Sforza, Cinque anni a Palazzo Chigi, Roma, 1952, p. 91 ss.
10 Ibidem.
11 Eisenhower, allora comandante della Nato, in un ampio discorso il 4 luglio 1951 dichiarò “Europe cannot attain the towering material stature possible to its peoples’ skills and spitit so long ask is divided by patchwork territorial fences. They foster localized in stead of common interest!“
E aggiungeva: “But with unity achieved, Europe could build adequate security and, at the same time, continue the march of human betterment that has characterized Western civilization“. Le Monde comnmentò con un articolo di fondo intitolato “Eisenhower, homme d’état européen”
Commentando questo discorso Le Monde titolò “Eisenhower homme d’état europeen”. Si vedano in proposito e su tutti gli sviluppi successivi le memorie di P.E. Taviani, Politica a memoria d’uomo, Bologna, 2002, p. 188 e ss.
12 Maria Romana De Gasperi, in La nostra patria Europa, Milano, 1969, p. 46, ricorda con queste parole la profondità dell’intesa che si realizzò tra i due statisti. Qui ricorda anche come in un successivo colloquio tra Pleven, Primo Ministro francese, e De Gasperi nel settembre del 1951 il primo si era manifestato disponibile “accettare la tesi italiana di una federazione parziale con preministeri comuni: difesa, esteri, finanze. Pleven si era dimostrato anche propenso a tutte le transazioni di fatto e a tutti gli accomodamenti a condizione che il primo soldato tedesco che esca fuori nasca on uniforme europea (…). La spinta degli uomini politici francesi, escluso l’idealismo di Schuman, era data dalla paura di vedere rinascere una forza tedesca autonoma, paura che gli faceva rischiare tutti gli inconvenienti interni di quella rivoluzione che sarebbe stato un esercito europeo”.
13 Si veda la testimonianza di P.E. Taviani in De Gasperi e l’età del centrismo, Roma, 1984, pp. 195 e ss.
14 Pour l’Europe, Robert Schuman, Paris, 1963, pp 46-47.
15 Diversa da questo punto di vista la vicenda italiana. La democrazia cristiana restò il perno centrale di tutti i governi per quarant’anni. L’europeismo delle classi politiche italiane e in particolare della democrazia cristiana “sarà nella seconda metà del Novecento la stella polare della politica estera, il contributo maggiore alle relazioni internazionali dal tempo delle repubbliche nell’Italia del Rinascimento”. Così S. Fagiolo, L’idea dell’Europa nelle relazioni internazionali, Milano, 2009, p. 46, il quale prosegue osservando però “che questa vocazione europea dell’Italia non si accompagnerà sempre a una sufficiente abilità amministrativa, ad un’accorta difesa dell’interesse nazionale, ad una solidarietà interna, alla continuità dell’azione di governo”
16 Sfide chiaramente illustrate da J.D. Vance “Europe needs to stand on its own two feet,” Financial Times 14/02/2024. Secondo Vance “as we watch European power atrophy under an American protectorate, it is reasonable to ask whether our support has made it easier for Europe to ignore its own security.” E aggiunge “Americans want allies in Europe, not client states”.
17 Un’eredità chiaramente rivendicata dinanzi all’Assemblea Nazionale, nella seduta del 14 gennaio 2025, nella dichiarazione del governo, quando ha affermato : «pour que la France fasse vivre son trésor de civilisation et continue de le partager avec le monde entier, l’Europe doit devenir une communauté stratégique, une puissance politique et de défense à la dimension de la puissance économique qu’elle devrait être. Une seule condition est pour cela nécessaire : nous devons accepter de nous définir et de nous affirmer ensemble. La construction d’une communauté politique pour faire vivre cette communauté de civilisation est la question qui domine notre vie publique depuis 1945» (https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/comptes-rendus/seance/session-ordinaire-de- 2024-2025/premiere-seance-du-mardi-14-janvier-2025).
18 Schuman in Pour l’Europe, Paris, 1964, p. 165 e ss. ricorda come preparò la iniziativa del 1950: “Nous devions, avant de lancer cette bombe, savoir quel accueil elle recevrait de la part des principaux interlocuteurs. Le principal interlocuteur était pour nous le gouvernement fédéral et c’est ainsi que nous nous étions assurés, avant le 9 mai, de l’accord de principe du chancelier fédéral. Sans cet accord rien n’aurait été possible. Les autres gouvernements, britannique, italien, américain, ceux du Benelux, ont été mis au courant 24 heures avant la proclamation officielle.
La surprise fut générale. Personne ne s’attendait à une initiative de ce genre, ni en France, ni hors de France, et surtout de la part de la France.” La Francia guadagnò così un’autonomia incontestata in materia di iniziative europee, confermata pochi mesi dopo con il lancio del piano Pleven, persa però con il voto del 30 agosto del 1954.
19 Schuman in Pour l’Europe, cit., p. 146 ricordava: “L’intégration européenne doit, d’une façon générale, éviter les erreurs de nos démocraties nationales, surtout les excès de la bureaucratie et de la technocratie. La complication des rouages et l’accumulation des emplois ne sont pas une garantie contre les abus, mais sont parfois elles-mêmes le résultat de la surenchère et du favo-ritisme. L’ankylose administrative est le premier danger qui menace les services supranationaux.”
20 Il Presidente Macron in un suo discorso a Dresda il 27 maggio 2024 in occasione della festa dell’Europa ha ricordato che “ce rêve de défense et de sécurité était aux prémices de notre Europe.
21 Il preambolo del trattato si concludeva così: “Soucieux de sauvegarder les valeurs spirituelles et morales qui son le patrimoine commun de leurs peuples et convaincus qu’au sein de la force commune, constituée sans discrimination entre les Élats participants, les patriotismes nationaux, loin de s’affaiblir, ne pourront que se consulider et s’harmoniser dans un cadro élargi; Conscients de franchir ainsi une étape nouvelle et essentielle dans la voie de la formation d’une Europe unie”.